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Un team internazionale ha già testato la nuova protesi visiva sulle scimmie, che sono state in grado di visualizzare linee, punti e lettere.

Ridare la vista alle persone non vedenti è sempre stata una sfida per la scienza. Ora, un team di ricercatori internazionale, olandesi e spagnoli, ha testato un dispositivo, con più di 1.000 minuscoli elettrodi ad alta risoluzione, capace di elaborare la visione consentendo di riconoscere forme e percezioni indotte artificialmente. Infatti i minuscoli elettrodi consentono di riconoscere percezioni riconoscibili di movimento, forme complesse, comprese le lettere.

Questa tecnologia si basa su un’idea concepita decenni fa di stimolare elettricamente il cervello a “vedere” punti luminosi noti come fosfeni, che possono anche essere chiamati “pixel artificiali”. Tuttavia, questo concetto non aveva mai raggiunto il suo pieno potenziale a causa di  alcune limitazioni tecniche. Infatti i sistemi fino a ieri esistenti erano in grado di generare solo un piccolo numero di “pixel artificiali” alla volta. Ora grazie all’elevato numero di elettrodi (1.024), riescono  ad includere una porzione significativa del campo visivo e con una risoluzione molto più elevata di quella raggiunta fino ad oggi.

Il prototipo è un dispositivo in grado di imitare la retina oculare, la cui missione è trasformare la luce che riceve, in impulsi nervosi che vengono trasferiti al cervello attraverso il nervo ottico, trasformandoli in immagini.

I nuovi micro-dispositivi contengono quindi una o due telecamere per acquisire immagini che vengono poi elaborate per trasformarle in segnali elettrici. In questo caso, l’impianto interagisce direttamente con il cervello, bypassando le fasi precedenti dell’elaborazione visiva attraverso l’occhio o il nervo ottico.

Nella rivista scientifica Science, dove il  lavoro è stato pubblicato, si evidenzia come i risultati danno molta speranza, sebbene restino da superare diversi ostacoli tecnici prima che queste protesi visive corticali umane siano d’ uso comune.

Pieter Roelfsema, coordinatore del team,  ha commentato che il suo team spera di realizzare dispositivi simili per gli esseri umani in circa tre anni, anche perché  vogliono creare nuovi tipi di elettrodi, che saranno meglio accettati dal corpo. In definitiva, una soluzione wireless sarebbe migliore, in quanto significherebbe che l’utente non dovrebbe utilizzare un impianto nella parte posteriore del cranio.

Da sottolineare che le protesi sarebbero adatte solo a persone che hanno perso la vista  a causa di malattie o lesioni, non quindi in quelle non vedenti dalla nascita, in quanto nelle persone in cui la vista smette di funzionare, la corteccia visiva rimane solo inattiva e quindi può essere riattivata.

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